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Come interpretare il testamento?

Spesso accade che nel testamento vengano usati termini non certo tecnici, spesso approssimativi,  per cui potrebbe risultare difficile comprendere l'effettiva volontà del testatore anche, peraltro, quando le parole usate sono chiare

nel linguaggio comune, ma possono essere fuorvianti nel contesto in cui vengono usate.

 

Un esempio su tutti, può essere il riferimento al termine "lasciare",  interpretabile  come legato, quando invece il testatore voleva  intendere un'attribuzione all'erede.

 

Ebbene la Corte di Cassazione, con una recente sentenza (15882/2019) ha precisato che nel testamento la ricerca della effettiva volontà del dichiarante, può solo ritenersi conclusa ove l'elemento letterale assorba ed esaurisca ogni altro elemento di interpretazione soggettiva.

 

In pratica non ci si deve soffermare solo sul significato letterale, ma valutare anche altri elementi come le  condizioni ambientali in cui viveva il testatore, la sua cultura, nonché altri scritti o atti da questi lasciati (Cass. 08/07/2016, n. 14070); inoltre, "il giudice di merito può attribuire alle parole usate dal testatore un significato diverso da quello tecnico e letterale, quando si manifesti evidente, nella valutazione complessiva dell'atto, che esse siano state adoperate in un senso diverso, purché non contrastante e antitetico, e si prestino ad esprimere, in modo più adeguato e coerente, la reale intenzione del de cuius" (in termini cfr. Cass. 20/12/2011, n.27773); può essere altresì attribuito rilievo al rapporto tra il de cuius e i chiamati, al modo di pensare in seno alla famiglia, ai bisogni affettivi e agli interessi che si sono voluti garantire e soddisfare, alla funzionalità e sufficienza che certi strumenti

giuridici hanno rispetto al soddisfacimento di tali interessi (Cass. 03/12/2010 n. 24637; Cass. 17/07/1979 n. 4181).

 

 

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