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Patto di famiglia, quali attenzioni per l'esenzione di imposta?

Patto di famiglia, quali attenzioni per l'esenzione di imposta?

Con la sentenza n. 6591 del 10.3.2021, la Corte di Cassazione prende in esame  un caso nel quale il padre (chiamato in seguito disponente) di tre figli,  aveva trasferito  ai propri discendenti, attraverso il patto di famiglia,  parte delle sue azioni di una S.p.a., pari al 74% sul 99%  del capitale sociale posseduto, attribuendo precisamente a due figli  il 24,5% ciascuno ed al terzo  il 25%,  chiedendo l'applicazione dell'esenzione di imposta per il trasferimento, cui all'art. 3 comma 4 ter del d.lgs. 346 del 1990.

 

Tale disposizione prevede  l'esenzione fiscale per i trasferimenti effettuati anche tramite patti di famiglia, sul presupposto anche dell'obbligo della prosecuzione dell'attività per almeno cinque anni che, a dire del disponente, era 

integrato anche da  un patto parasociale, ancorchè non registrato, con il quale i figli avevano convenuto che:

 

a) qualunque atto di ordinaria e/o straordinaria amministrazione e qualsiasi decisione nelle assemblee e negli organi amministrativi della S.p.a. avrebbero dovuto essere prese all'unanimità; 

 

b) il recesso non potesse essere esercitato per l'intera durata del patto stesso, pari a cinque anni, alla cui scadenza le

parti avrebbero potuto rinnovarlo; 

 

c) la vendita di  tutte o parte delle azioni detenute nella S.p.a. non potesse avvenire per il

tempo in cui avrebbe avuto efficacia il patto e la prelazione   in caso di cessione interna delle azioni fra i figli stessi.

 

L'Agenzia delle Entrate contestava al disponente che l'operazione potesse beneficiare dell'esenzione,  trattandosi  di cessione di azioni con la quale non veniva  mantenuto il controllo societario a mente dell'art. 2359, comma 1, n. 1, c.c., considerato che  la donazione delle azioni in parti uguali e non in comproprietà e quindi per l'intero, implicava un frazionamento del pacchetto azionario.

 

L'Agenzia delle Entrate, infine, rilevava che non si sarebbe potuto dare valore al patto parasociale successivo concluso  dai figli  assegnatari. oltretutto non registrato, con il quale si sarebbe dovuto regolamentare unitariamente il diritto di voto.

 

La Corte accoglie la tesi dell'Agenzia delle Entrate, osservando che la finalità del patto di famiglia è quella  di realizzare 

l'univocità del controllo e della leadership, evitando qualsivoglia  forma di frammentazione del complesso produttivo che potrebbe essere pregiudicata dall'apertura della successione ereditaria in via ordinaria.

 

Tale stabilità è garantita dal fatto che, una volta stipulato il patto, selezionati i discendenti idonei a proseguire l'attività di impresa e liquidati gli altri legittimari, questi ultimi non potranno più modificare la situazione successoria  dell'azienda, come voluta e cristallizzata dall'imprenditore.

 

La cessione contestuale del disponente di più quote societarie, per usufruire dell'esenzione, deve consentire che sia realizzato l'effettivo passaggio generazionale dell'impresa conservandone l'unitarietà e la funzionalità mediante il totale trasferimento del controllo di diritto dai disponenti ai discendenti, secondo la finalità del patto di famiglia, e del beneficio fiscale.

 

Nel caso in esame,  la divisione delle quote tra gli assegnatari, nella misura del 24,5%, non permetteva  di esercitare il controllo societario, tanto è vero che i beneficiari, dopo la stipula del patto di famiglia, avevano  ritenuto necessario redigere un patto parasociale accessorio.

 

Tale patto non poteva essere  idoneo ad  integrare i presupposti del trattamento agevolativo, i quali presupposti invece, devono sussistere, per espressa previsione normativa, al momento della stipula del patto di famiglia, il quale deve prevedere il trasferimento di partecipazioni sociali con modalità che possano permettere il controllo societario, per garantire il passaggio generazionale a cui tende l'istituto.

 

Avv. Francesco Frigieri 

 

 

 

 

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