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Conguaglio agli eredi pagato con denaro della comunione, quali conseguenze?

Conguaglio agli eredi pagato con denaro  della comunione, quali conseguenze?

Con la sentenza del 24 maggio 2021, n. 14105, la Corte di Cassazione  prende posizione su una controversia sorta fra coniugi in comunione legale dei beni che traeva origine da una  precedente sentenza fra la moglie ed i fratelli di quest'ultima con la quale era stata attribuita alla stessa l'intera piena proprietà di un appartamento, con obbligo di corresponsione agli altri coeredi - condividenti della somma di lire 277.522.084 a titolo di conguaglio per acquisirne l'intera proprietà.

 

Il marito, una volta assolto  l'obbligo del conguaglio ed intestato solo alla moglie  l'intero bene, intervenuta poi nelle more la separazione giudiziale fra i coniugi, chiedeva accertarsi che una quota del predetto immobile dovesse ritenersi caduta in comunione, quanto meno per la parte proporzionale al conguaglio pagato con denaro

della comunione stessa e quindi per il 50%  della quota ricevuta dalla moglie.

 

La domanda del marito veniva accolta dal Tribunale, ma la Corte d'appello riformava la sentenza evidenziando che  il pagamento del conguaglio non è assimilabile all'adempimento dell'obbligazione di pagamento del prezzo, sicché

l'attribuzione della quota del 73,49% dell'appartamento non ne aveva comportato la devoluzione all'ambito della comunione legale già intercorsa tra i coniugi.

 

Evidenziava al contempo che esplicava rilievo al riguardo pur la valenza dichiarativa della divisione, tale anche in ipotesi di prefigurazione di conguagli.

Evidenziava quindi che il titolo d'acquisto della quota del 73,49% si identificava con il testamento del padre,  sicché ai sensi dell'art. 179, 1° co., lett. b), cod. civ. l'acquisto della quota era estraneo alla comunione legale.

 

Avverso tale sentenza veniva proposto ricorso per Cassazione dai figli, successori nella posizione del padre-marito, nel frattempo deceduto,  i quali censuravano la sentenza della Corte d'appello per aver  errato nell'escludere  dalla comunione legale l'acquisto della quota del 73,49% della proprietà dell'appartamento  statuendo la natura dichiarativa e non costitutiva della sentenza di divisione del bene ereditato e, di conseguenza, aver ritenuto  che l'acquisto fosse  stato effettuato mortis causa, così che esulasse, ex art. 179, 1° co., lett. b), cod. civ., dalla comunione legale, precisando peraltro che la sentenza di divisione avesse natura costitutiva, quando ad un condividente vengano  assegnati beni in eccedenza rispetto alla sua quota, siccome rientranti nella quota altrui.

 

La Suprema Corte respinge il ricorso affermando che  il titolo dell'assegnazione alla moglie per la  quota del 73,49% è da identificare - non solo, così come aveva  dato atto la corte distrettuale - nella successione testamentaria del padre - ma pur - nella successione ab intestato della madre e nella successione testamentaria del fratello Eugenio, e pertanto l'acquisto in costanza di matrimonio,  non poteva che essere ascritto alla previsione della lett. b) del 1° co. dell'art. 179 cod. civ., cosicché per nulla potesse  essere condivisa la prospettazione dei ricorrenti secondo cui la corte territoriale ha erroneamente applicato al caso di specie la testé menzionata disposizione codicistica

 

La Corte ha precisato che la sentenza, nel disporre la divisione della comunione ereditaria, nel porre a  carico di

uno dei condividenti l'obbligo di pagamento di un somma di denaro a titolo di conguaglio, perseguendo il mero effetto di perequazione del valore delle rispettive quote, nell'ambito dell'attuazione del diritto potestativo delle parti allo scioglimento della comunione (cfr. Cass. 23.1.2017, n. 1656; Cass. 24.10.2006, n. 22833), non è qualificabile come atto di alienazione  talchè  l'adempimento dell'obbligo del conguaglio non costituisce condizione di efficacia della sentenza di divisione, i cui effetti "dichiarativi - retroattivi" permangono impregiudicati nonostante l'inadempimento dell'obbligo (cfr. Cass. 23.1.2017, n. 1656; Cass.24.10.2006, n. 22833).

 

Avv. Francesco Frigieri 

 

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