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Il fondo patrimoniale tiene di fronte ai debiti tributari?

Il fondo patrimoniale tiene di fronte ai debiti tributari?

Annosa questione ed interessante sentenza della Corte di Cassazione, n. 15741/2021 del 7.6.2021, la quale prende posizione sulla tenuta del fondo patrimoniale a fronte di debiti tributari, negando, nella fattispecie, l'iscrizione ipotecaria sui beni del fondo, in ragione dell'estraneità del credito ai bisogni della famiglia  e la consapevolezza di tale 

estraneità da parte del  fisco.

 

Viene precisato il principio secondo il quale  una volta costituito il fondo patrimoniale, il criterio identificativo dei crediti il cui soddisfacimento può essere realizzato in via esecutiva sui beni conferiti nel fondo stesso va ricercato non già nella natura delle obbligazioni (legale o contrattuale), ma nella relazione esistente tra il fatto generatore - di esse ed i bisogni della famiglia (Cass. 15862/2009).

 

I precedenti giurisprudenziali sul tema, in realtà,  sono sempre stati, almeno nell'ultimo decennio, piuttosto favorevoli alle ragioni dei creditori abbracciando  una lettura estensiva del concetto di bisogno della famiglia, riconducibile anche in modo indiretto e funzionale alle esigenze del nucleo famigliare.

 

Tali orientamenti consolidati e piuttosto limitativi dell’efficacia del fondo patrimoniale, si sono ridimensionati soltanto di recente con una pronuncia della  Cassazione civile sez. I, 27/04/2020, n.8201, con la quale si è affermato  che “se il credito per cui si procede è solo indirettamente destinato alla soddisfazione delle esigenze familiari del debitore, rientrando nell'attività professionale da cui quest'ultimo ricava il reddito occorrente per il mantenimento della famiglia, non è consentita, ai sensi dell'art. 170 c.c., la sua soddisfazione sui beni costituiti in fondo patrimoniale”.

 

In verità con tale decisione i Giudici hanno sostenuto  che un conto sarebbe, come da indirizzo  di legittimità ormai costante, sostenere che i bisogni della famiglia debbano essere ricostruiti in senso non restrittivo, ben altro discorso sarebbe avallare l'idea che il credito possa essere indiscriminatamente collegato solo in via indiretta ai bisogni familiari: ancorché in modo molto sintetico, pare che la Suprema Corte abbia distinto la nozione di bisogno indiretto della famiglia (non legittimante l'esecuzione sui beni del fondo) e di bisogno non restrittivo (legittimante, invece, l'esecuzione sui beni del fondo).

 

La pronuncia in commento (n.15741/2021) appare innovativa soprattutto per un aspetto processuale che attiene alla prova anche per presunzioni semplici per sostenere l'estraneità del credito ai bisogni della famiglia in capo al creditore procedente,  negando l'iscrizione dell'ipoteca iscritta  sui beni vincolati nel fondo patrimoniale, 

ribadendo, a proposito del concetto dei  bisogni familiari, che gli stessi  non possono intendersi come potenzialmente assorbenti tutti i redditi del soggetto obbligato. Deve considerarsi che non sussiste un dovere generalizzato dei coniugi di destinare tutti proventi della propria attività lavorativa (o i redditi da capitale) ai bisogni della famiglia.

 

Con particolare riferimento ai debiti derivanti dall'attività professionale o d'impresa del coniuge, nella stessa sentenza si afferma che l'esecuzione sui beni del fondo o sui frutti di esso può avere luogo qualora la fonte e la ragione del rapporto obbligatorio  abbiano "inerenza diretta ed immediata con i predetti bisogni .

 

Il rischio di imporre al debitore una prova  diabolica si può in verità scongiurare ammettendo, così come la giurisprudenza di questa Corte ammette, che la prova della consapevolezza da parte del creditore della estraneità del debito ai bisogni della famiglia possa darsi per presunzioni semplici che sono da leggersi nel contesto normativo specifico, poiché le obbligazioni che si contraggano nell'interesse della famiglia non hanno una fonte puramente volontaria, ma discendono da obblighi legali fondati sullo status, che ne definiscono anche  i confini entro i quali si esercita l'autonomia privata, tramite l'accordo sull'indirizzo della vita familiare. 

 

Ancora deve osservarsi che, se il creditore è l'erario, che non ha rapporti personali con il debitore e non ne conosce la situazione familiare e personale se non per quanto emerge dagli atti fiscalmente rilevanti e dal regime legale della famiglia (primario e secondario), è giocoforza affidarsi a presunzioni semplici fondate sui fatti oggettivamente rilevanti, al loro inquadramento nella disciplina del regime patrimoniale della famiglia, ed alle conclusioni che se ne possono trarre secondo un processo logico deduttivo.

 

Sulla base di questi principi, la sentenza in commento, conclude precisando che deve ritenersi consentito al contribuente che abbia una pluralità di fonti di reddito ed, in particolare, una pluralità di partecipazioni societarie, (nel caso specifico s.r.l. e s.a.s) di provare, anche per presunzioni semplici, l'estraneità del credito dai bisogni della famiglia e la consapevolezza in capo al fisco di tale estraneità.

 

Avv. Francesco Frigieri 

 

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